• Dott. Riccardo Votadoro

L'inganno della Felicità - Una critica al "...e vissero per sempre felici e contenti".

Se sei approdato per la prima volta su questo blog, ti suggerisco di leggere prima di questo articolo, quelli dedicati alle altre emozioni di base: Rabbia, Paura, Disgusto, Tristezza.


In questo articolo ci occuperemo della Felicità, l’ultima perla di questa meravigliosa collana emotiva (alcuni teorici inseriscono anche la Sorpresa, avremo modo di parlarne in un altro articolo).


Quante volte leggendo delle favole o dei racconti ti sarà capitato di concludere con “e vissero per sempre felici e contenti”?

Avrai desiderato, spegnendo le candeline della torta di compleanno, una vita felice?

Durante la notte di San Lorenzo avrai sicuramente chiesto, almeno una volta, una vita di felicità perpetua.


Ve lo dico in parole essenziali: la felicità è un’emozione e come tale è transitoria, cioè passa, finisce.

Ti prego però, non abbandonare questa pagina, ti prometto che non sarà un articolo deprimente.

A livello lessicale c’è una sottile differenza fra la felicità e la gioia, nel parlato comune sono praticamente interscambiabili, perciò consideriamoli come sinonimi per semplicità.


I correlati fisiologici della Felicità/Gioia sono per certi versi simili a quelli della rabbia e della paura: battito cardiaco e ritmo respiratorio accelerati, una sensazione di calore sul viso (soprattutto sulle guance), fremito agli arti superiori. Paura o rabbia ci focalizzano su un solo elemento a cui reagire. La gioia, al contrario, fa vedere la foresta anziché l’albero: ci apre all’esplorazione, alle esperienze. Questo è stato fondamentale nell’evoluzione, ma lo è anche nei rapporti sociali: chi vive più di frequente emozioni positive ha relazioni più soddisfacenti e un maggior sostegno sociale, In più, costruisce risorse, competenze e sa individuare un maggior repertorio di soluzioni ai problemi, creando una spirale positiva di miglioramento di sé. (A. Meneghini)


Siamo felici quando abbiamo soddisfatto un bisogno, abbiamo raggiunto un obiettivo o tutto sembra essere al posto giusto.

Queste sensazioni fisiche, comportamentali e cognitive (i pensieri) però piano piano si spengono, lasciando nella memoria una traccia di positività, ma abbandonando più o meno lentamente il nostro corpo e la nostra mente.


Finisce, appunto.


Non ti è mai capitato che qualcuno ti chiedesse se sei felice? Cercando di rispondere hai forse avuto la sensazione di essere sull’orlo di un esaurimento nervoso?

Forse l’idea che la felicità è un obbligo o un diritto, o che abbiamo fallito se non riusciamo a raggiungerla, ci può rendere ansiosi e insoddisfatti.

Il filosofo John Stuart Mill disse: <<Chiedetevi se siete felici e cesserete di esserlo>>.


Basta andare in qualunque libreria per venire inondati da libri di auto-aiuto per essere felici; ci sono app che misurano lo stato di felicità raggiunta in base a centinaia di parametri; la Dichiarazione d’Indipendenza americana la inserisce tra i diritti di ogni cittadino; psicologi e filosofi hanno cercato di misurarla perché fattore imprescindibile.


Forse dovremmo fermarci, dovremmo tornare a considerare la felicità come uno stato passeggero e non una costante condizione di euforia e soddisfazione. Non siamo programmati per questo, anzi è il costante gap tra obiettivo sperato e obiettivo raggiunto che ci muove ad impegnarci a fare sempre meglio nel lavoro, nelle relazioni, nella condizione di benessere.


Nella vita a volte si è felici e a volte no… e va bene così. Scrivitelo ovunque, in un post-it, come sfondo sul cellulare, su una t-shirt, ovunque.


Ti dirò di più: la felicità è una sensazione non sempre desiderabile. Come avviene in alcune culture del mondo in cui esprimerla crea disagio o provarla viene vista come segno di un cattivo presagio: più alto è il volo più dolorosa sarà la caduta.


Con questo non voglio dire che bisogna temerla: è una perla sacra tra le emozioni. E’ l’unica di quelle di base che ci fa stare bene, ha un ruolo essenziale nella protezione della nostra salute mentale, ma non va ricercata spasmodicamente.


Concludendo, un eccesso di gioia o felicità potrebbe indicare la presenza di un cosiddetto “episodio maniacale” tipico, tra gli altri, del disturbo bipolare. Una completa assenza invece potrebbe indicare la presenza di un “episodio depressivo”. Entrambi presenti in diversi disturbi della sfera affettiva, con o senza oscillazioni impreviste e profonde.


Se hai l’impressione o il dubbio che ci sia qualcosa che non vada nel tuo rapporto con la felicità, potrebbe essere essenziale parlarne con uno psicologo.



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